mercoledì 21 maggio 2014

Euforica delusione

21 Maggio 2014. 

Ormai le settimane alla maturità, che a settembre sembravano infinite, sono ridotte ad una misera manciata. 
Probabilmente, dovrei essere in ansia o agitato in vista della resa dei conti, dell'esame che dal '68 tedia migliaia, se non milioni, di studenti. 
Eppure, la mia unica preoccupazione riguarda il mio personale guardaroba tanto per cambiare. 
Mi assedia l'idea di dover presentarmi ad un'orale, davanti ad una ristretta cerchia di insegnanti selezionati a caso, rappresentanti di un sistema educativo fallimentare, con un'outfit completamente sbagliato. 
Sotto suggerimento dei miei docenti, della cara madre e del cheto padre la parola chiave che descrive in toto il dresscode dell'evento è APPROPRIATO.... Come se tal termine significasse davvero qualcosa. 
Per quanto riguarda il punto di vista, piatto e banale, dei miei consiglieri credo significhi "conformismo ad un triste e limitante stereotipo di abbigliamento maschile pseudo-elegante." 
E dico triste e limitante con solide considerazioni di base: un uomo, un ragazzo, un piccolo mostro, definitelo come più vi aggrada, deve essere vestito con giacca, pantalone, scarpa non troppo sportiva e, se proprio si vuole essere al #top , la camicia. Ovviamente una camicia piatta e banale, a righe, o a quadri o monocroma. 
Per quanto riguarda il sottoscritto, appropriato non implica un dresscode ben preciso, quanto uno stile di vita. 
Appropriato significa vestirsi con eleganza, con un certo stile, che non deve rispecchiare le ultime sfilate viste sulle runway milanesi, parigine o newyorkesi che siano. 
Implica una ricerca, prima di tutto detro di noi, che deve essere rispecchiata nel nostro modo di vestire. 
Il liceo scientifico stesso me lo ha insegnato.
Cinque anni rinchiuso dentro le grigie mura di una scuola ormai decadente, con la fame di lager, passati a studiare vita, morte e miracoli di personaggi, perché ormai altro non sono, che hanno speso la loro celebre vita a rompere schemi, crearne di nuovi, rivoluzionando il modo di pensare comune. 
Cinque anni passati tra le mura di un luogo che per paradigma dovrebbe esse il luogo dove giovani menti dovrebbero curare il loro bagaglio culturale, con lo scopo preciso di permettergli di volare. 
Con lo scopo di aprire le loro piccole menti.... Verso la libertà.... Di parola... Di essere ciò vogliono.... Di esprimersi. 
Alla fine di civaie schifosissimi anni, sette nel mio caso tra malattie e cose varie, di arriva al fatidico giorno, allo scontro finale che ti mette un poco d'ansia, ma che in realtà, una volta ammesso, le possibilità di kon superarlo sono pari a zero, o cinque quasi pari a zero. 
In quel giorno, in cui ad essere messa sotto esame kon è tanto la preparazione, ma la maturità, viene posto un limen... Questo si, tutto il resto no. 
Semplice come cosa. 
Triste. 
Banale. 
Insipida. 
Mi chiedo cosa ci sia di bello nel conformismo. 
Cosa ci sia di piacevole nell'essere stereotipati. 
Mi chedo cosa ci sia di bello ad essere adeguati alla situazione, di essere conformi all'immagine di maturando che sta nella testa dei più. 
Mi chiedo cosa ci sia di positivo nel dover essere comuni, come uno stelo d'erba in un prato... Uguale a tutti gli altri. 
Mi chiedo, nel momento in cui sei qualcos'altro, cosa ci trovino di bello le persone nel tipizzarti, incasellandoti dentro una vaselina chiusa dentro la loro mente ristretta. 
Gli stereotipi, nella loro brutale volgari r paradigmatica, sono sempre fioccati. Il primo che mi è stato affibbiato, fin da piccolo, è stato quello di frocio... It lato con cattiveria da un passante a casa, becero e burino. Urlato mi contro, con forza, come se il fatto che potrei succhiare piselli fosse una cosa così importante e definitoria per la mia persona. Eppure, che tu sia finocchio o etero eterissimo, non cambia nulla per la tua persona. Come essere finocchio, ovvero che ce lo si aspetta guardandoti, non ti rende più debole di una maschio da procreazione. 
Quest'anno, per la scuola e tra i professori, il banale stereotipo è stato quello di dandy... Come se avere e carattere, forte al punto di mostrarlo in ogni tua sfaccettatura, anche nel tuo modo di vestire, implichi il fatto che tu ti vesta per shokkare il milanese/brianzolo medio, chiuso dentro la sua campana di vetro. 
La vita, il mio gioco preferito, quello con cui non riesco a stancarmi di giocare pur avendo ventun'anni, si dimostra ogni giorno un'euforica delusione. 
Euforica... Parola che sembra stonare accanto delusione. 
Eppure, nella mia testa, si associano in maniera così perfetta...
Delusione, mi sembra ovvio il motivo... 
Euforica... Ogni giorno, i incontro persone nuove. Tutte fatte a modo loro. Così interessanti nella loro unicità... Interessanti... Ecco da cosa deriva la mia euforia. 
Eppure, tutti accomunati dal demone mistificatorio del giudizio altrui, che usano etero, froci dichiarati, froci non dichiarati, anche con mogli e figli. 
L'importante, mi sembra, essenzialmente, avere paura. 

venerdì 2 maggio 2014

Inconsistenti immagini vuote...

2 Maggio 2014.

Arriva un certo momento, ogni sera, o comunque alcune, in cui ti sdrai nel letto e, fissando il soffitto, con lo sguardo perso in quelle che ti paiono migliaia o milioni di sfumature di bianco, ti fermi a pensare, a riflettere, a ripetere nella testa una o due parole all'infinito cercando di carpirne lo sfuggevole senso che nascondono. 
Stai li è ti perdi. 
Ti perdi in un mondo interiore, profondo come se non avesse una fine. 
Ti perdi e basta, in questa illusoria ricerca. 
Illusoria in quanto fallimentare. 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Epilessia... 
Per quante volte puoi ripetere quella parola, non capisci. 
Non ne capisci il senso. 
Non ne capisci il perché. 
Ne comprendi solo ciò che banalmente implica a livello fisico. 
Niente di più. 
Niente. 
Ha un bel suono. 
Penso sia la cosa che più mi è rimasta in testa, che più mi ha colpito a furia di ripeterla. 
Mi tornano alla mente quelle decine di volte in cui immagini, forme e scarabocchi dai colori pop sono apparsi davanti ai miei occhi, come fossero insegne al neon.
Apparsi come fossero allucinazioni. 
Loro, effettivamente, non c'erano davanti a me, lo sapevo bene, ogni volta. 
Eppure, nella mia dolce stoltezza, ignoranza e, forse, consapevole ignavia  non ci ho mai fatto troppo caso. 
Per me accadeva e basta... 
Anche l'altra sera, con Lui, per qualche secondo, ho guardato negli occhi quelle impalpabili lucine. 
Pensavo fossi stanco, esausto dopo due settimane quasi insonne. 
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Keppra...
Quale dolce parola! 
Quale accostamento soave tra la consonante liquida R e la vocale A! 
A me ricorda la routine, un qualcosa di quotidiano, un ripetersi senza fine di una ringola azione. 
Apri il blister di pastiglie. 
Prendine una. 
Ingoia. 
Ripeti. 
Apri il blister di pastiglie. 
Prendine una. 
Ingoia. 
Ripeti. 
Apri il blister di pastiglie. 
Prendine una. 
Ingoia. 
Ripeti. 
Apri il blister di pastiglie. 
Prendine una. 
Ingoia. 
Ripeti. 
Apri il blister di pastiglie. 
Prendine una. 
Ingoia. 
Ripeti. 
Da quasi due anni è una costante nella mia vita, come fosse un ritmo di sottofondo per qualsiasi cosa io faccia.
Per qualsiasi cosa farò. 
A volte mi chiediedono se dopo tutto questo, ho ritrovato la retta via, la vede. 
Mi chiedo, francamente, perché sia scontato che una persona, dopo essere stato più di là che di quà, deve credere in dio! 
In quella sorta di entità superiore che alcuni, come ciechi, credono possa aiutarlo nei momenti del bisogno. 
Nessuno, pensa mai all'altra faccia della medaglia in una situazione del genere. 
Se si è salvi, come dicono tutti, per miracolo... Allora devi credere. 
Eppure, penso sia un modo sbrigativo di affrontare la cosa. 
Penso sia un modo veloce di dare una risposta alla nullità della vita, così insignicante ed significativamente sfaccettata, e alla straordinaria genialità umana. 
Nullità della vita... È un'espressione che mi piace alquanto. Un'eredità intellettuale lasciatami dal '900 filosofico che tanto mi affascina, che ho incontrato per errore nei corridoi di una scuola. 
Nei corridoi di un'anonima scuola di un'anonima Brianza dove risulta assai semplice far salire le lacrime agli occhi di una ragazza mettendo in evidenza, con un semplicistico ragionamento logico, che le tutt'altro che sacre scritture sono scritte da esseri umani, in carne ed ossa come me, come te, come lui, come chiunque. 
Nonostante il fascino di quel mondo, non sono mai riuscito,nell'ultimo anno, ad applicarmici diligentemente nello studio minuzioso e quotidiano. 
Ho sempre trovato lo studio scolastico, ed accademico in generale, piuttosto noioso. 
Probabilmente, il motivo di tutto ciò, sta nel fatto che sono un figlio illegittimo dello spirito barocco. 
Amo le parole, chiamiamole citazioni, i suoni, gli accostamenti acri e dolci, le sensazioni che producono. 
Amo prenderle, toglierle e privare del loro mondo e significato, del quale non mi importa più di molto, e ridagli vita. 
Una vita nuova, un nuovo mondo, una nuova funzione. 
La mia vita, il mio mondo, la mia funzione. 
Epilessia.... Una parola, che trovo dolce per l'appunto, una parola che nel mio mondo, tanto intricato ed eccentrico, associo alla parola SCONFITTA... Una sconfitta dolce, soave, che ricorda alla parte più irrazionale di me stesso di essere umano, di non essere invisibile, non del tutto almeno. 
Ricordo bene le parole di una donna, una professoressa per essere precisi, una professoressa di cui non riesco ad apprezzare nulla ad essere sinceri, che sostiene sempre che alla nostra età ci sentiamo tutti invincibili, come se il mondo non potesse mai crollar i addosso e schiacciarci sotto il peso delle sue macerie, brulicanti di sangue e dolore. 
Ho visto il mondo, il mio mondo, crollare e ridursi in cenere, avvolto dalle fiamme dei più disparati e sfortunati eventi che uno scrittore potrebbe mai partorire. Nonostante ciò, dietro ogni epilessia della mia vita, ho sempre visto una verità celata, portata fuori, scoperta dagli eventi stessi che l'anno costruita, mattone dopo mattone. 
Una verità riassumibile dentro una sola parola... INVINCIBILE
Del resto una persona per essere davvero invincibile, non deve essere indistruttibile o impossibile da scalfire. 
Credo, con ogni fibra del mio scheletrico corpo, che le persone sono davvero invincibili solo quando, fatti a pezzi e ridotti a brandelli, riescono a stare in piedi e camminare, camminare nei corridoi crollanti e decadenti della vita. 
Nulla di più. 
Ognuno a modo proprio. 
Ognuno invincibile a modo totalmente proprio. 
Chi a testa alta, con un sorriso dal retrogusto triste. 
Chi a testa bassa, conlo sguardo sofferente e una smorfia di dolore sul viso. 
Poi... Poi vi sono altri... Poi vi è lui. 
Che dopo quasi trent'anni di vita si è ritrovato il mondo in pezzi, nel tempo necessario per fare un respiro veloce. 
Lui che ama parlare in modo frivolo di ciò che lui chiama frivolo, facendo finta che tutte quelle cose macchiate di porpora non siano mai accadute,  che quel pulsante muscolo, posto nel centro del suo pallido petto, non fosse mai stato lacerato da profonde ferite, da eterne mancanze. 
Quando si parla di quelle purpuree epilessie, lui, inizia a parlare sereno, guardandomi con quei suoi bellissimi occhia azzurri, sereni. 
Più parla, più quelli cambiano e il leggero sentore di umidità, alla loro base, diventa un muro salato, impenetrabile, davanti alle sue cornee. 
Mi sussurra a mezza voce, come se gli mancasse il fiato, "per favore basta così..." 
I suoi occhi, smettono di fissare i miei e, automaticamente, come fosse un gesto incondizionato, gira il volta dalla parte opposta. 
Non mi permette, mai, di osservare i lineamenti del suo viso modificarsi ed incurvarsi in una smorfia di dolce dolore. 
Di dolce dolore. 
Non è altro che dolce dolore, quello che ti spezza il spiato, quello che, senza che glielo si chieda, trasforma la semplice mancanza affettiva in uno struggente senso di vuoto e desolazione in quel muscolo ormai non più pulsante, nascosto dentro alte mura di insicurezza e malfidenza. 
Qualche sera, mentre gira quella sua pallida pelle, vorrei prendere e abbatterle, mattone dopo mattone, riprendo gli all'infinito, preso dalla collera, che sono lì con lui, che non ho intenzione di trovare qualcun'altro. 
Vorrei poterlo scuotere forte, fin nel profondo, facendo vibrare ogni singola cellula che compone il suo corpo, quelle alte mura, la sua anima. 
Vorrei poterlo afferrare e stringerlo al petto, al mio petto, in una presa da togliergli veramente il respiro. 
Vorrei essere grande abbastanza da tenerlo stretto e farlo sentire protetto, tra le mie lunghe braccia. 
Eppure, nonostante ciò, io sono tutto qui. 
Una ragazzino piccolo, minuto, dai tratti efebici e dalla vita eclettica, che occasionalmente vede cose che non esistono, se non nella sua mente. 
A volte mi chiedo se, anche lui, nella sua fragilità e capacità di farmi sentire così bene e ben accetto, non sia altro che il misero riflesso di un'attacco epilettico. 
Una mistificatrice immagine, tanto bella, quanto inesistente.